Meritocrazia


“Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali

giostra-della-vitaIn che genere di mondo vorrei vivere se fossi avvolto in un “velo di ignoranza”
riguardo alla posizione che occupo fondamentalmente nel mondo?
Che cosa mi spetta di fare per contribuire a realizzarlo?
(John Rawls, A theory of Justice, 1971)

Meritocrazia termine ampiamente trattato da diversi autori in ambito filosofico, sociologico, economico, politico, storico, culturale.

Noi lo abbiamo discusso in una libreria di quartiere, laLibreria del Sole che, con l’iniziativa “Vivi il tuo quartiere”, propone periodicamente dei temi sui quali ci si può confrontare facendo condurre la serata da un professionista appassionato del proprio lavoro e che si rende dunque disponibile a condividere le proprie conoscenze e a trattarle con persone interessate agli argomenti proposti.

L’obiettivo? Poter comunicare (cum-ligare con l’altro), relazionarsi con più persone senza dover necessariamente appartenere a “gruppi di”, associazioni, scuole o corsi di formazione. Piuttosto sentirsi curiosi, desiderosi di interagire e comunicare con altri esseri umani in questa società sempre più “liquida”, “individualizzata”, “dell’incertezza” come le definisce Z. Bauman e sentirsi liberi di trascorrere una serata diversa in un angolo di libreria di un quartiere popolare, un luogo che si riconosce senza indugio come familiare, accogliente; un luogo dove, oltre il profumo della carta stampata, delle lapis, delle gomme da cancellare, si può annusare anche un’atmosfera calda e genuina.

Torniamo al tema “meritocrazia”. Mi vengono in mente tanti significati intorno a questa parola. Il meritare qualcosa: il premio, la conquista, l’essere stati bravi tanto da meritare. Il non meritare qualcosa, una punizione, il non avercela fatta.

Si può arrivare ad essere trattati in modo giusto? La frase proposta da alcuni partecipanti è stata proprio: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali“. Personalmente mi affiora alla mente un’altra frase “La legge è uguale per tutti“. Sembrerebbe di no, dichiarato sia da partecipanti adulti, sia da giovanissimi studenti. La serata non vuole essere però uno spazio di sfogo per qualcosa di scontato sia in relazione al tema proposto, sia per il contesto socio-storico-culturale in cui ci troviamo.

Ripresento dunque la frase “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali“. Noi siamo esseri umani. Siccome tali ognuno di noi è unico nel suo genere, nella nostra piena espressione, come le opere d’arte uniche e irripetibili a tal punto che sono le imitazioni ad essere perfette; le copie, infatti, mancano di quelle micro imperfezioni che rendono unico il capolavoro. Forse la cosa interessante potrebbe essere proprio quella di sentirsi così unici da rimanere concentrati nella ricerca di chi vogliamo essere o di chi siamo, legittimati nel provarci con dedizione e passione e al di la del tempo e del luogo non potrà esserci allora la possibilità di “parti uguali” neanche pensate da noi stessi per noi stessi.

Consideriamo per un attimo i bambini piccoli. Loro (prima infanzia) ad esempio non si aspettano necessariamente le parti uguali e neppure le chiedono a mamma e papà, non fosse altro che il centro del mondo sono loro stessi! Crescendo sì, inizia il confronto con l’altro diverso dal sé e le attese sul come si viene considerati dagli altri può essere importante per il livello di autostima, per la sicurezza di sé.

Il punto è che non è per nulla facile stabilire in maniera univoca e oggettiva che cosa sia il merito e ancora di più è complesso concordare dei criteri con cui si pensa di potere riconoscere tale merito. Secondo alcuni autori dipende come esso si definisce e si corrono seri rischi di forte discriminazione sociale.

Come sopra scritto, siamo esseri umani unici e per diversi motivi culturali, di appartenenza territoriale, familiare e storica, non è detto che possiamo trovare tutti lo stesso semaforo verde per accedere a quel merito uguale ovunque.

Allora di cosa esattamente stiamo parlando?

Secondo G. Livraghi il concetto meritocrazia è difficile ma non è un’utopia. Il mio pensiero concorda con quest’ultimo nella misura in cui cominciamo a vedere l’individuo nella disuguaglianza, nel senso di differente dagli altri individui e poterci fare i conti perché il concetto può essere interpretato con connotazione positiva.

A tale proposito, riflettendo sul tema generale proposto dalla libreria (L’autorità perduta: genitori/figli un rapporto da recuperare su stimolo del libro scritto da Paolo Crepet), che ci ha condotti fino a quest’appuntamento mi domando ad esempio quanto per un genitore possa risultare difficile, senza vivere sensi di colpa, vedere i propri figli nelle loro differenze caratteriali, comportamentali, accettarli, in tal senso per quello che sono e riconoscendo in se stessi delle preferenze, accettandole senza nulla togliere alla sfera affettiva nei loro riguardi. L’amore non centra nel senso che dovrebbe rientrare come sentimento che ci lega emotivamente ai figli, al partner, ecc. proprio grazie a quelle differenze; sia a quelle che preferiamo, che ci fanno sentire più in sintonia con l’altro, sia a quelle caratteristiche che apparentemente ci piacciono meno e che coraggiosamente possiamo sostenere. Idem in un gruppo di amici. Oppure in ambito scolastico laddove gli insegnanti (quelli competenti) possano sentirsi tranquilli nel svolgere il loro lavoro di valutazione dando agli allievi note di merito o demerito. In ambito lavorativo riguardo ai diversi ruoli professionali e alle diverse gerarchie per le ascese alla carriera.

Sembra evidente, dunque, che gli elementi da prendere in considerazione intorno al concetto meritocrazia sarebbero molteplici e questo non è per nulla un compito facile. Intanto vi sono da un lato, la conoscenza e il riconoscimento di “me stesso”, d’altro canto, il riconoscimento, la comprensione dell’altro. In tal senso, si potrebbe cominciare a dare un valore al merito come “idea” che ci rappresentiamo a livello mentale, dunque qualcosa che sia desiderabile.

Durante la serata è su questo punto che con i partecipanti abbiamo riflettuto: le qualità del merito a livello individuale legato all’autostima, alla capacità di auto affermarsi, alla capacità di essere assertivi che implica il saper scegliere che cosa si pensa sia meglio per se stessi, alla capacità di tollerare e ascoltare, alla capacità di sentire ciò che risuona dentro di noi, individuando i nostri bisogni, capire con intelligenza le nostre emozioni.

Tutte queste competenze migliorerebbero la qualità di vita individuale ed anche, secondo alcuni noti economisti oltre che di psicologi o psicoterapeuti, l’efficacia, il funzionamento, la produttività per esempio in un’azienda. Un eccellente lavoro di squadra, un ottimo investimento sulle risorse umane, infatti, è empiricamente dimostrato che sia uguale a un potenziamento dei risultati e finalità che si è prefissati di raggiungere.

Citando ancora G. Livraghi: “potremmo, se ne avessimo davvero il desiderio, fare enormi progressi nel riconoscere il merito, dovunque sia. Ognuno in quel senso che è, in sé, meritevole […]“.

Pensando ai più giovani e comunque a ognuno di noi riguardo al nostro passato, magari la propria storia non avrà avuto un inizio dei più felici, o forse sì. Poco importa. La nostra storia è importante perché è la nostra storia e dalla quale non possiamo tirarci fuori. Il percorso per conoscere chi siamo può essere faticoso, lungo, forse interminabile (per me questo ne rappresenta il fascino).

Durante la serata abbiamo provato a giocare con i nostri nomi, come ci chiamiamo e con le lettere che compongono il nome abbiamo provato a descrivere noi stessi con degli aggettivi, nomi di animali, personaggi di fantasia, colori, immagini con due obiettivi principali: divertirci, giocando insieme (sebbene adulti); fare esperienza diretta di fermarsi un attimo per poter pensare a se stessi, alla propria storia in modo attivo, da protagonisti ossia partendo da ciò che ci “presenta” al mondo sin dalla nostra nascita, ma che ovviamente non abbiamo potuto sceglierci.

Oggi scoprendo chi scegliamo di essere stiamo costruendo già la vita di domani, anche in una società, dove le parti di una torta, spesso, non sono divise in parti uguali. Ciò assume poca importanza se il merito lo posso intravedere in ciò che sto cercando con coraggio e fiducia di scegliere in un tempo dove il limite è superato dal vivere il vivermi.

Winston Churchill ha scritto: “Gli imperi del futuro saranno imperi dell’intelligenza! Abbiamo l’obbligo di riconoscere che cosa è richiesto in questo nuovo mondo – anche mentre persistiamo in alcune abilità e valori perenni che potrebbero essere a rischio”.

Terminando penso possa valere la pena almeno provarci a meritarsi il “merito” di aver cercato con curiosità, creatività, passione, orgoglio le proprie idee rispetto la propria storia con il fine di costruire la nostra diversità per il nostro futuro.
Alla fine le opere d’arte si creano sbagliando e cercando il momento ex-temporaneo.

di Rosanna Liburdi

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“E’ proprio ciò di cui stiamo parlando?”


Seminario comunicazione efficace

“Non si può non comunicare. […]” P. Watzlawick et al. così iniziava a descrivere la sequenza assiomatica nella sua opera “Pragmatica della comunicazione umana”. La domanda intorno alla quale ci piacerebbe ragionare è sul come comunichiamo. Di cosa effettivamente stiamo parlando quando parliamo e/o narriamo e/o ci relazioniamo con il mondo esterno.
La prima condizione del linguaggio è la conquista di uno spazio di azione condiviso; l’uomo, infatti, prima di narrare la sua storia, sembrerebbe avere avuto la capacità di percepire quanto il mondo fosse organizzato in storie e in che modo.

Comunicare in modo efficace non può non tener conto quindi della funzione che assume il comunicare; del contesto, della relazione, della cultura, del contenuto (informazione).

Con l’idea di approfondire e confrontarci sui temi sopradescritti, avranno inizio una serie di incontri teorico-esperenziali rivolti a coloro che sono interessati all’argomento.

Riflessioni su “essere” portatore di handicap e “essere” diversamente abile


[…] Oh, ma noi sognavamo di rimediare
ad ogni male che sembrasse
affliggere l’umanità, ma ora
che soffiano i venti invernali
impariamo che eravamo pazzi a sognare […].
“Millenovecentodiciannove” W.B. Yeats

Questo articolo nasce dal tentativo di esaminare alcune considerazioni sul concetto di disabilità, con cui recentemente e sempre più di frequente, mi ritrovo a dover fare i conti attraverso raffronti sia con colleghi, sia in associazione a domande di aiuto da parte degli utenti, sia nel leggere articoli stampati o in sondaggi e altro ancora.
Non ultimo il post inserito sulla pagina di Consulenza clinica su facebook “It’s time to become disability-aware. A different normal” di Richard C. Senelick.

Ciò che, al riguardo, m’incuriosisce è cercare di comprendere che cosa desta tanto interesse rispetto all’argomento. Il concetto dis-abile? Il momento storico-sociale e culturale che stiamo vivendo? L’esigenza di poter rimediare a qualcosa che essendo diverso, richiede bisogni particolari alla collettività oltre che alla stessa persona disabile?
Sono consapevole che la mia curiosità possa apparire quantomeno banale e dunque, finanche superflua o ridicola se non provocatoria.

In realtà, nulla di tutto questo è nelle mie intenzioni, se non uno sforzo di capire con cognizione che cosa sia, ancora oggi, sollecitato nei nostri pensieri, da parole quali: disabilità, diversamente abile, han-di-cap ecc. senza trovare riscontri quotidiani di aiuto concreto nei confronti di coloro i quali il “concetto” lo vivono in prima persona e senza trovare, francamente, così tante risorse disponibili per un sostegno.

Mentre scrivo, penso “chissà che la questione non ruoti proprio intorno a tutto ciò”; ossia alla mancanza di strumenti idonei, siano essi materiali (infrastrutture) e non (servizi, relazioni di aiuto ecc.) che rendono il problema, perché di un problema sto trattando, affrontabile, avvicinabile con un primo punto importante di cui trattare: intanto parliamone.

Del resto questa è la giusta politica, griglia da cui partire per ogni cosa che si deve sostenere, a maggior ragione, se stiamo riferendo di disabilità, termine che implica la mancanza di qualcosa per definizione.
In tal senso, dunque, anche di un limite? Un nostro limite nel poter maneggiare parole che riferiscono di “mancanza”, “anormalità”, “malattia”,”disagio”?

Questo per me è l’inizio. La definizione delle parole che usiamo.
La parola dis-abile deriva dal latino e il prefisso dis- esprime proprio separazione e negazione. Collegata al greco dià- disabile, appunto. Lo stesso termine dal greco è dys- con il significato di male e mancanza.

La cosa interessante è che il termine handicap (fra l’altro parola abbandonata di recente e sostituita da disabile, ancor più, diversamente abile), è di voce inglese e significa un gioco d’azzardo nel quale la posta è tenuta con la mano (hand) in un berretto (cap).
In senso sportivo indicava, fin dalla metà del 1700, una competizione, specialmente ippica, in cui al concorrente ritenuto in svantaggio si assegnava un vantaggio; è da qui che ne deriva l’estensione di significato “a persona svantaggiata fisicamente o psichicamente e incapace di provvedere del tutto o in parte a essa”.

Penso non sia facile entrare in rapporto, in con-tatto” con tali argomenti. Il punto è che, senza renderci conto, stiamo depauperando non solo il nostro vocabolario (poco male) di parole che nella loro definizione significano proprio ciò da cui prendiamo le distanze ma anche, in parte inconsapevolmente, rischiamo di con-fondere fra loro termini che hanno significato diversi e che producono atteggiamenti differenti e forse poco efficaci nel loro agire.
C’è dell’altro. Proseguirei in questo gioco della ricerca del significato e mi soffermo, ora, su alcuni altri termini quali: malattia e riabilitazione.

Partendo dalla malattia, indichiamo come malato qualcuno o qualcosa che discosta dalla normalità. Normalità deriva dal latino e vuol dire squadra (squadra per misurare gli angoli retti, poi regola, legge). Nicola Lalli (1991) considera la norma sotto una triplice angolatura:
1) norma ideale, che si riferisce ad un modello convenzionale al quale l’individuo deve adattarsi; 2) norma funzionale che si riferisce ad un valido funzionamento dell’apparato psichico; 3) norma statistica che si identifica con ciò che è più frequente, confondendo spesso la norma con la media.

Rinviando altrove eventuali approfondimenti, gli aspetti interessanti su cui, in tale contesto vale pena soffermarci, è che il giudizio di malattia, possa essere costruito sulla scoperta di una “legge di natura”, sulla base di norme costitutive, o meglio, funzionali. La malattia, l’anormalità è data da una trasgressione di tali leggi naturali. Da qui potrebbe conseguire che definire qualcuno o qualcosa “malato” sia del tutto arbitrario e, cosa più importante, che tutto ciò non sia necessariamente definibile “contro-natura”.
Ancora, pensando alla parola riabilitazione, essa è identificata come quarta branca della medicina sociale dopo l’ampia dimostrazione della mancata consapevolezza. Riabilitazione dunque a seguito della prevenzione, della diagnosi e della cura. La finalità della riabilitazione è di togliere una persona dallo stato di emarginazione in cui si trova per effetto della sua minorazione.

Gli aspetti interessanti che rileverei sono i vari steps del processo riabilitativo riassumibili in tre gruppi definibili come a) il riconoscimento delle difficoltà vissute dalla persona; b) l’integrazione sociale attraverso la rieducazione delle facoltà minorate; c) l’accettazione dei membri della comunità sia a livello psicologico, sia a livello pratico.

Tali riflessioni mi sembrano rappresentative di quanto sia complesso mantenere il focus sul reale problema che una persona con handicap, con disabilità viva se tutto ciò intanto è inserito in un ambiente socio culturale dove i termini stessi cambino (diversamente abile per esempio) assumendo un diverso punto di vista forse più dignitoso per l’individuo ma che implicitamente, per la stessa definizione variata, tende a negare la realtà che egli vive.

Allora la domanda che pongo è: ma di quale individuo stiamo parlando? Del disabile o di chi lo assiste? O di chi gli sta intorno che per norma ideale, media statistica e nosografia è definibile abile? Penso a chi quotidianamente ha a che fare con le persone con handicap (per quel che può interessare, è chiaro che preferisco questo termine perché rende, a mio avviso, esattamente ciò di cui si parla: limiti con il potenziale di recupero e adattamento, e di riabilitazione).
Dicevo che penso ai familiari di persone con handicap, ai professionisti medici, educatori, operatori sociali, infermieri, fisioterapisti, psicoterapeuti, counselor, ecc. che ogni giorno sono in relazione con le persone handicappate. A quanto sia faticoso emotivamente e fisicamente comunicare, sentirsi riconosciuti nel rapporto umano che vivono con la malattia oltre che con la persona con disabilità.

Penso anche ai suggerimenti che proprio, per es, Mr. Senelick dia, a chi ha che fare con certe situazioni e che condivido in pieno. Secondo l’autore non bisognerebbe scambiare l’empatia con la simpatia così come l’assistenza con la condiscendenza trattando alcuni pazienti. Non possiamo affermare frasi tipo “so come ti senti” o “posso immaginare ci si senta in tale condizione”. Non è così.

Chi è sano (e certo non è una colpa) non può sapere cosa voglia dire non poter deambulare, avere una sindrome congenita tipo la trisomia ventuno (sindrome di down), essere autistico, vivere una sindrome di Alzheimer, e così via. Non lo sappiamo. Forse sarebbe auspicabile, sempre secondo Senelick, affermare che semplicemente non sediamo sulla stessa sedia del paziente così come non indossiamo le sue scarpe. E che, fra l’altro, la speranza “sana” è quella di non dover mai vivere la stessa condizione di malattia che ci rende handicappati.

Nonostante ciò, saremo lì con quella persona “diversa” da noi per la condizione che vive, per aiutarla così come siamo, così come essa necessita.

Con il limite che ci confina e che ci differenzia tra lo stato di salute potenzialmente inabile e lo stato di disabilità potenzialmente riabilitativo.
Le differenze possono definirci e avvicinarci a qualcosa di diverso che fa paura proprio perché “altro da me”, ci rende consapevole e quindi ci orienta sulla cosa e come fare a livello individuale e sociale per affrontarla.

Non riconoscere la diagnosi, significa fare “un salto”reattivo emotivamente che, paradossalmente, potrebbe rendere con-fusa la situazione. Tutto ciò, certo che ci allontana, per “legittima difesa”, da quello che potrebbe emotivamente renderci con-fluenti, identificati con ciò che a nessuno piace. Questo non è un pre-giudizio, tantomeno accettazione della realtà.

Ritengo che la scelta possibile di riconoscersi e dunque riconoscere l’altro, forse ci renderebbe più sensibili di fronte ad un’assenza di ascensore all’interno delle stazioni metropolitane, dei musei o dei cinema. Ci renderemo conto, sebbene non ci riguardi personalmente, dell’assenza di personale qualificato, appassionato del proprio lavoro, all’interno delle scuole per ragioni politiche e sociali ecc., di tutto ciò di cui avemmo bisogno per sostenere e sostenerci di fronte l’handicap e non il diversamente abile. Penso che il primo termine ci avvicini “a distanza ottimale” al problema, probabilmente ci scuoterebbe emotivamente, ci spaventerebbe ma ci attiverebbe sul come affrontare la situazione. Il secondo termine illusoriamente ci allontana perché “quella cosa è lì”, dunque la negazione che conduce poi all’amplificarsi di un comportamento “distante da noi” quindi indifferente o falsato.

G. Groddeck scriveva che,
“l’immagine dall’esterno viene sempre falsata da una seconda immagine proveniente dall’interno. L’immagine reale che abbiamo è una mescolanza dell’immagine reale e di quella condizionata dalla nostra umanità. Di conseguenza non esiste una scienza obiettiva” (Il linguaggio dell’Es).

Concludo con ulteriore riflessione, forse la scienza e la tecnologia hanno contribuito a una sempre maggiore paura della distruzione e pertanto alla paura della mancanza di abilità, della morte.
Non mi sorprende, quindi, che ce ne difendiamo sempre più.
Un tempo gli uomini potevano affrontare il loro nemico faccia a faccia; oggi i nostri nemici sono le distruzioni di massa o il cancro o, neanche il concetto ma la parola stessa che lo definisce: handicap.
Non ce la facciamo a mantenere sempre il rifiuto.

L’altra domanda allora che pongo è: cosa ci succede, come possiamo non sentirci inquieti e spaventati dalla finitezza, dalla morte, dalla malattia se la società in cui viviamo si adopera per renderci fisicamente perfetti, virtualmente giovani ma spersonalizzati a tal punto che non accettiamo la sofferenza, tanto da doverne cambiare i termini su ciò che è parte di noi come il fallimento, la perdita (sin dalla nascita), la non onnipotenza e dunque la mortalità?

Rosanna Liburdi

Bibliografia
– U. Galimberti, Dizionario di psicologia, UTET, Torino, 1999
– G. Groddeck, Il linguaggio dell’Es, Adelphi, Milano, 1969
– E. Kubler Ross La morte e il morire, Psicoguide, 1996
– W.B Yeats, Quaranta poesie, Einaudi, Torino, 2008

Michel Foucault. Il limite della libertà.


Questa sera, davanti a una birra, parlavo di politica con un mio vecchio amico.
Devo confessare che nessuno dei due ha mai avuto una chiara e definita coscienza di partito: per quanto orientato, il nostro sentimento non si è mai tradotto in una reale passione e in una concreta partecipazione alle vicende nazionali e internazionali, ai processi economici e alle lotte.
Entrambi a mio modo di vedere abbiamo sempre condiviso un fastidio istintivo e, in quanto tale, ingiustificato, per gli entusiasmi delle ideologie e per quei sentimenti che, più volte, come ci siamo ripetuti negli anni, hanno sempre portato a delle facili forme di aggregazione da slogan dalle quali abbiamo spesso preso le distanze.
Ci siamo sempre detti (forse sbagliando) che preferivamo far fluire la nostra rabbia e la nostra voce in forme diverse; scelta sicuramente discutibile.
Ma il discorso non è questo.
Il discorso è che questa sera, in maniera confusa, ci lamentavamo di come nessun partito ci rappresentasse, di quanto questo momento storico non ci piacesse, di come insistiamo a vedere del marcio in ognuno dei nostri rappresentanti e di come nessuno di loro meriti la nostra fiducia. E fin qui nulla di speciale.
Ma tra i miliardi di parole spese, solo una di loro, come una goccia cinese, continuava a ricorrere: libertà.
In qualche modo non facevamo altro che parlare di libertà; della nostra e di quella degli altri, libertà dai vincoli della Storia e delle nostre storie, parlavamo della libertà di poter essere quello che si vuole senza con questo andare contro qualcuno, la libertà di scegliere, libertà di non essere governati ne dall’Italia ne da alcun tipo di governo, tantomeno dalle nostre storie familiari. Essere quello che siamo e non altro.
Stavamo desiderando (forse con dei residui di sana passione adolescenziale) una liberazione.
Tornando a casa non ho tardato a sorridere delle nostre parole.
«Quanta arroganza! Come se volessimo cambiare la Storia».
Sì, la Storia, probabilmente non si può cambiare. Il nostro limite è la nostra storia. Il nostro limite è il piano di realtà dentro al quale ci muoviamo tutti; sognare una rivoluzione oggi, forse non ci è concesso, non perché non ne siamo in grado, ma perché il nostro momento storico, forse, non ci è propizio.
Ma ci sono anche altre possibilità, o almeno, c’è chi ha articolato delle differenti prospettive.
Michel Foucault è uno di quelli.
Era così convinto che l’uomo non possa uscire dalla sua storia così come ci si manifesta che, contro qualsiasi fervore rivoluzionario non esitava a scrivere che la “liberazione”, la “disalienazione” altro non erano che delle reiterazioni di pratiche di potere.
La fisica e la bio-fisica del potere, di questo (e di molto altro) parlava Foucault.
La storia dell’occidente è la storia di relazioni di potere: movimenti, trasformazioni, un grande contesto dinamico (fisico) che in ogni momento inscriveva e inscrive la regole della dinamica nei corpi, e quindi anche nelle menti (bio-fisico) delle persone che a loro volta contribuiscono a ri-confermare tali regole durante la pratica della loro vita creando quei “giochi di verità” che fanno sì che il mondo sia esclusivamente come esso ci appare.
Ma il potere così come Foucault lo intende non è negativo, anzi, è costruttivo. Senza questa fisica non si sarebbe creata la nostra realtà, nel bene e nel male (ammesso che esistano). Non ci sarebbero state le nostre conquiste scientifiche e intellettuali, non si sarebbero creati gli Stati nazione, non ci sarebbero state le guerre, non ci sarebbe l’identità personale, o la costruzione del Self, o almeno, non ci sarebbe stato così come lo conosciamo.
Il suo metodo di ricerca era affascinante. Lo definiva archeologico.
Dal dato presente scavava nel passato, analizzando i movimenti, cercando di capire da dove potevano derivare determinate pratiche di vita. Ed è emozionante leggere le sue argomentazioni sulla psicoanalisi freudiana, di come questa derivi da alcune pratiche medievali di confessione o di come la psichiatria affondi le sue radici direttamente negli impestati lazzaretti.
Nell’ottica Foucaltiana anche la costruzione delle persone è diretta conseguenza di selezione storica.
Selezione: noi siamo figli di quello che è stato selezionato e a nostra volta stiamo selezionando quello che sarà. Siamo in un grande gioco del quale non possiamo cambiare le regole.
Certo, di libertà fin qui c’è n’è ben poca.
Non sono così arrogante da voler riassumere il pensiero di Foucault in poche righe.
Mi limiterò a dire che nell’ultima parte del suo lavoro, prima della morte, si dedicò allo studio di quelle che chiamava “pratiche di libertà”.

Egli prospetta l’esigenza che gli esseri umani si riapproprino del potere di costituire la propria soggettività. Ciò naturalmente è possibile in quanto questa non è semplicemente il risultato di processi anonimi che sfuggono al controllo degli individui: “Nel corso della storia, gli uomini non hanno mai cessato di costruire se stessi”. […] Foucault parla della necessità di sperimentare la distruzione reale del soggetto, la sua dissociazione, il rovesciamento in qualcosa di radicalmente altro.[…] Le pratiche di libertà, dunque, sono produttive, sono le pratiche attraverso le quali gli individui producono se stessi. [Sorrentino 2008: XLIX]

È in questi termini che la pratica psico-terapeutica è mio modo di vedere una pratica di libertà. Un particolare tipo di tecnologia del sé, direbbe probabilmente Foucault.
Ci aiuta a definire quello che noi siamo in realtà, non dicendoci però quello che abbiamo escluso di essere nel momento che il nostro Self ci si pone come limite e, senz’altro, come punto di forza.

La libertà è la condizione ontologica dell’etica. Ma l’etica è la forma riflessa che assume la libertà. Foucault sembra recuperare un concetto forte di autonomia, intesa come potere di darsi da sé, contro ogni normalizzazione, le regole della propria esistenza, le forme della propria soggettività. Le persone, osserva il filosofo, sono più libere di quello che pensano, libere di creare se stessi come opera d’arte. Ciò è possibile in quanto l’identità è un gioco, un procedimento per favorire le relazioni con gli altri, perciò non dobbiamo avere con noi stessi di rapporti di identità, ma di differenziazione e creazione. […] Si tratta di un’ontologia di noi stessi che, a differenza di ogni “sogno vuoto di libertà” è volta a trasformazioni circoscritte, parziali, fatte coniugando l’analisi storica e l’azione: l’obiettivo è quello di attuare una “prova storico-pratica dei limiti che possiamo superare”. Questa attività critica, conclude Foucault, comporta sempre “il lavoro sui nostri limiti, vale a dire un travaglio paziente che dà forma all’impazienza della libertà”. [ivi: LI-LII]

Praticare la consapevolezza. Immaginare l’altro da sé sperimentandolo, trovare il limite camminandoci sopra, alla ricerca di piccoli varchi.
Perché “li dove si esercita un potere, lì vi è resistenza”.
La libertà, non è una liberazione.
La libertà, anzi, è quell’atteggiamento consapevole del limite, è l’occhio che guarda il perno che ci tiene incardinati alla nostra storia, ma che non esita a immaginare cosa ci sia aldilà dell’orizzonte.
La libertà è sentire nel cuore il dolore o lo sconforto per non essere quello non saremo mai, ma è anche la forza di guardare avanti immaginando e potendo essere altro da quello che siamo. Liberi di scegliere di essere oggi così come ci stiamo guardando.

La birra era amara, ma non era poi così male.

Andrea Cruciani

BIBLIOGRAFIA
-Foucault, M., 2008 Antologia, Feltrinelli, Milano.
-Sorrentino, V., 2008 Le ricerche di Michel Foucault, in Foucault, M., Antologia, cit.

Suggestioni


da “Elizabeth Costello” J.M. Coetzee

Elizabeth Costello è una romanziera ormai anziana. E come tanti anziani ha da qualche parte la convinzione, l’arroganza e la maturità di non poter non dire quello che pensa.

Chissà se è una necessità che cresce con il tempo? Come voler lasciare continuamente un segno su qualcuno o qualcosa che stanno salutando per sempre senza rendersene conto. Le loro parole sono avvalorate dall’esperienza anche se molte volte non sono poi così diverse da quelle di un adolescente.
Ma gli anziani, spesso, si ascoltano, si rispettano. Agli anziani si crede.

Elizabeth Costello non è solo una donna anziana un po’ bisbetica, è anche una romanziera convinta di saper parlare del mondo, di saperlo descrivere, di saper parlare degli altri ad altri. Operazione paradossale.

Joyce odiava gli antropologi perché avevano la presunzione di parlare dell’altro in poche pagine (un altro che non solo era altro, ma che era lontano, diverso, esotico,) quando la giornata di Leopold Bloom era infinitamente più complessa di qualsiasi piccolo popolo in qualsiasi parte del mondo. E tra romanzieri e antropologi lo scarto è complesso ma breve.

Approposito, Elizabeth Costello è famosa perché ha scritto un romanzo su Marion Bloom, la moglie di Leopold.

Elizabeth forse è morta o sta morendo. Ma prima di morire deve tenere un’ultima conferenza per ottenere un pass che la porterà aldilà. Stavolta non dovrà parlare di un romanzo o di un argomento di letteratura contemporanea. Stavolta, lei che ha sempre parlato di altri ad altri, dovrà parlare di se stessa davanti a «un tribunale uscito da Kafka o da Alice nel paese delle meraviglie, un tribunale del paradosso». Adesso che deve passare di là loro gli hanno chiesto di dichiarare quello in cui lei crede, perché «senza un credo non siamo esseri umani».

La richiesta manda in confusione l’anziana Costello. La sua risposta è perlopiù vaga, dopo essersi definita come segretaria dell’invisibile dichiara: «[…] Sono una scrittrice. Forse penserà che dovrei dire invece, ero una scrittrice. Ma sono o ero una scrittrice per via di ciò che sono o ero. […] Sono una scrittrice e scrivo quello che ascolto. Sono una segretaria dell’invisibile, una delle tante segretarie nel corso del tempo. È questa la mia vocazione: segretaria, dattilografa. Non sta a me chiedere, giudicare quello che mi viene dato. Mi limito a scrivere le parole e poi a verificarle, ne verifico la solidità, per essere certa di aver sentito bene.»

Ma questo non è un credo, e come gli dicono i giudici: «senza un credo non siamo esseri umani».
Lei, Elizabeth, la scrittrice che per tutta la vita ha scritto romanzi per altri sarà costretta a scrivere più volte la sua confessione.

Ma chi è lei? E in che cosa crede?
Crede semplicemente che in un lavoro come il suo non possa permettersi di credere sospendendo tutte le convinzioni. Ma questo non risponde al compito che le è stato dato. Ha come la sensazione che le due domande che continua a farsi siano in realtà la stessa domanda.

Una mattina ancora non aldilà Elizabeth incontra una signora che, come lei, è in attesa di attraversare la porta. Iniziano a parlare tra di loro della confessione e la Costello manifesta subito il suo credo: quello di non poter aver credo.

La signora le risponde
Davvero? Alcuni di noi direbbero che il lusso che non possiamo permetterci è quello di non credere. […] Non credere: contemplare tutte le possibilità, fluttuare tra gli opposti…è il segno di un’esistenza libera da occupazioni […] La maggior parte di noi deve scegliere. Solo l’animo leggero stà sospeso nell’aria  […] All’animo leggero vorrei dare un consiglio. Forse dicono di volere un credo, ma in pratica basterà loro un po’ di passione. Mostri passione e la lasceranno passare. […] chissà cosa crediamo davvero, – dice la donna. –  È qui, sepolto nel nostro cuore -. Si percuote leggermente il petto. – Nascosto perfino a noi stessi. – […] [Coetzee  2004: 173]
E allora la Costello, da romanziera esperta e donna d’istinto, sa che stavolta non può cercare di fuori. Almeno non al di fuori di qualcosa che non riguardi lei direttamente. Ma non quello che lei pensa di sé; non può non guardare che adesso in lei. Solo così potrà provare a rispondere alle due domande.

È mattina. È seduta al suo tavolino sul marciapiede, e lavora alla sua dichiarazione, tenta un nuovo approccio. Poiché si vanta di essere la segretaria dell’invisibile, dovrebbe concentrarsi, volgere la sua attenzione dentro di sé. Che voce le arriva dall’invisibile oggi?

Per il momento l’unica cosa che le giunge all’orecchio è il lento pulsare del sangue nelle vene, proprio come tutto quello che sente è il morbido tocco del sole sulla pelle. Questo almeno non lo deve inventare: questo corpo fedele e goffo, che l’ha accompagnata a ogni passo della strada, questo gentile mostro ingombrante che le è stato dato da sorvegliare, ombra trasformata in carne che si regge su due piedi come un orso che si lava continuamente dall’interno con il sangue. Non solo lei è dentro quel corpo, una cosa che non sarebbe stata capace di inventare nemmeno in mille anni, tanto è al di là delle sue possibilità, lei è in qualche modo quel corpo; e intorno a lei, in questa mattina fantastica, nella piazza, anche le altre persone sono in qualche modo il loro corpo.

In qualche modo; ma quale? Com’è possibile che i corpi non solo riescano a tenersi puliti usando il sangue […] ma a riflettere sul mistero della loro stessa esistenza e a fare affermazioni in merito e di tanto in tanto ad avere perfino qualche piccola estasi? Può contare come credo, qualunque sia la proprietà che le permette di continuare a essere quel corpo senza avere la minima idea di come questo avvenga? E loro, i giudici, il comitato degli esaminatori, il tribunale che le chiede di rivelare il suo credo – sarebbero soddisfatti di questo: Credo di essere? Credo di essere quello che è qui di fronte a voi oggi? [ivi: 169]

Fuori da Dio, fuori dalla fede, forse, nei momenti che si intrecciano, cambiano e passano continuamente nella nostra vita, al di là delle convinzioni, un porto sicuro da dove ripartire siamo noi stessi, il nostro momento presente, la nostra presenza, la capacità di agire, di fare domande, di volere o di non volere. Credo di essere me stesso.
Forse, tra chi siamo e in cosa crediamo, a guardar bene, potrebbe non esistere questa discontinuità.

Andrea Cruciani

Bibliografia
Coetzee, J. M. 2004 (ed.or. New York 2003) Elizabeth Costello, Einaudi, Torino.
Sobrero, A. 2009, Il cristallo e la fiamma. Antropologia tra scienza e letteratura, Carocci, Roma.

Rincorrendo pensieri


Riflettendo pensavo ai confini dell’esserci di Sé, a come in un attimo tutto può essere perduto perché in fondo nulla è importante a parte, forse, l’attimo, il momento che se vissuto, lascia segni incaccellabili per quanto nessuno, a parte noi stessi potrebbe assaporare con lo stesso significato.

Questa è la bellezza dell’esserci ma diversi e in maniera differenziata.
Questa è il fascino di una cosa elicoidale, casuale che ci regala l’essere unici e irripetibili e speciali ma “finiti”.

Riflettendo e rincorrendo pensieri o memorie lascio una foto di una giovane autrice che ha, secondo me, il dono di vedere il mondo attraverso il piccolo e complesso caleidoscopio dell’obiettivo di una macchina che impressiona e ferma attimi di vita.

Pensandoci lei ci regala l’illusione che i momenti rimangono lì in quei luoghi, in quelle compagnie, in quegli incontri per l’eternità insieme a noi che invece …

Un narrarsi può sembrare triste o felice, appassionato o disincatato.
Un narrarsi è quello che è e si può ascoltare per ciò che evoca in me, pur rimanendo curiosi di cosa l’altro voleva comunicare, ancor prima di farlo.
L’apertura è anche questa così come lo “stare con” qualunque cosa accada.
Il narrarsi costa fatica, lo starci, nonostante tutto è un Kaos emotivo senza sconti speciali di stagione.

Eppure, ogni volta, per me è la magia di attimi infiniti che riempiono la mia esistenza di unicità per l’incontro con te, altro da me.
Rosanna Liburdi

pensieri

Sull’essere assertivi


“Porto addosso le ferite delle battaglie evitate”
F. Pessoa

Penso che ogni volta subiamo l’altro, in nome delle buone maniere, ogni volta, quindi che evitiamo un conflitto per proteggere l’altro … in realtà perdiamo forza, rischiamo di ammalarci; la cosa più grave però è che neghiamo noi stessi pur portando avanti l’idea, magari, di non pensarci più, che va bene così.

E così non va bene, invece. Dovremmo fare leva sul nostro coraggio, certo che l’abbiamo; sulla nostra risolutezza, si, si quella che quando eravamo bambini ci faceva definire “capricciosi”, “teste dure”, “ribelli”. Non possiamo togliere dalla vita l’anima della lotta. Quella positiva, che non distrugge ma non accetta la rassegnazione.
Non voglio perdere il mio spirito combattivo fatto di assertività, fatto di confini in grado di contenere e dare nome a chi sono rispetto all’altro diverso (ed è meraviglioso) da me. Non c’è gradiente di qualità migliore o peggiore in questo, anzi.
Piuttosto c’è la disponibilità ad un confronto paritario che, se necessario, può portare ad uno scontro anche. E perché no?
Riconosco l’altro. Ciò non contiene e non può implicare il dis-conoscimento di me stessa.

La vita audace, di chi prova, di chi osa senza prevaricare il mondo altrui è, secondo me, la possibilità di poter amare senza limiti e senza compromessi che rischiano di farmi cadere nell’oblio, nel buco senza fine.
Non amo la distruzione, i comportamenti violenti, anche fatti di sole parole, li metto a distanza, potendo scegliere.
Ma se il rischio è la perdita di me … diciamo che ricordo quanto è importante l’assertività nelle relazioni. I guerrieri non si ammalano, i pavidi potrebbero.

C’è un antico proverbio che dice: “Chi rischia muore una volta, chi non rischia muore mille volte”.
Sto continuando a scegliere, per ciò che mi è permesso, di vivere.

Condivido il concetto di assertività perché in inglese TO ASSERT, all’origine significava “mettere uno schiavo in libertà”.
Perché permettiamo una cosa così presuntuosa e boriosa e gratuita, ad oggi, a chi pensavamo essere nostro amico? La mia schiavitù, il mio servilismo non aiuta nessuno, a parte le ferite che permetto siano inferte al mio cuore.

La libertà per me è anche la libertà di amare, di scegliere, con coraggio perché la paura è la mia compagna di avventura in tutto questo. La libertà implica il senso di responsabilità, la disciplina interiore, l’impegno, la volontà e la coscienza che si può sbagliare, essere rifiutati e rimanere soli con se stessi nel mondo.
Liberi però, vivi e capaci di amare, di scegliere e progettare. Questa per me è la forza di fronte le fatiche, alle brutture, ai non-sense.

[…] Che cosa rende così irresistibile un “ospite segreto […] – Il mio ospite segreto … un uomo libero, un magnifico nuotatore che fuggiva lontano, verso un nuovo destino” (Conrad)
Secondo Bruner c’è una profonda riflessione da fare sulla grande narrativa che invita a trovare i problemi, non a fare lezioni per risolverli.
La situazione umana, allora prevede che si possa riflettere sulla caccia più che sulla preda perché finché possiamo raccontare di noi, dei nostri pensieri, finché la storia dura, la nostra storia e la mia storia, noi stessi ne siamo la musica.

Rosanna Liburdi