Michel Foucault. Il limite della libertà.


Questa sera, davanti a una birra, parlavo di politica con un mio vecchio amico.
Devo confessare che nessuno dei due ha mai avuto una chiara e definita coscienza di partito: per quanto orientato, il nostro sentimento non si è mai tradotto in una reale passione e in una concreta partecipazione alle vicende nazionali e internazionali, ai processi economici e alle lotte.
Entrambi a mio modo di vedere abbiamo sempre condiviso un fastidio istintivo e, in quanto tale, ingiustificato, per gli entusiasmi delle ideologie e per quei sentimenti che, più volte, come ci siamo ripetuti negli anni, hanno sempre portato a delle facili forme di aggregazione da slogan dalle quali abbiamo spesso preso le distanze.
Ci siamo sempre detti (forse sbagliando) che preferivamo far fluire la nostra rabbia e la nostra voce in forme diverse; scelta sicuramente discutibile.
Ma il discorso non è questo.
Il discorso è che questa sera, in maniera confusa, ci lamentavamo di come nessun partito ci rappresentasse, di quanto questo momento storico non ci piacesse, di come insistiamo a vedere del marcio in ognuno dei nostri rappresentanti e di come nessuno di loro meriti la nostra fiducia. E fin qui nulla di speciale.
Ma tra i miliardi di parole spese, solo una di loro, come una goccia cinese, continuava a ricorrere: libertà.
In qualche modo non facevamo altro che parlare di libertà; della nostra e di quella degli altri, libertà dai vincoli della Storia e delle nostre storie, parlavamo della libertà di poter essere quello che si vuole senza con questo andare contro qualcuno, la libertà di scegliere, libertà di non essere governati ne dall’Italia ne da alcun tipo di governo, tantomeno dalle nostre storie familiari. Essere quello che siamo e non altro.
Stavamo desiderando (forse con dei residui di sana passione adolescenziale) una liberazione.
Tornando a casa non ho tardato a sorridere delle nostre parole.
«Quanta arroganza! Come se volessimo cambiare la Storia».
Sì, la Storia, probabilmente non si può cambiare. Il nostro limite è la nostra storia. Il nostro limite è il piano di realtà dentro al quale ci muoviamo tutti; sognare una rivoluzione oggi, forse non ci è concesso, non perché non ne siamo in grado, ma perché il nostro momento storico, forse, non ci è propizio.
Ma ci sono anche altre possibilità, o almeno, c’è chi ha articolato delle differenti prospettive.
Michel Foucault è uno di quelli.
Era così convinto che l’uomo non possa uscire dalla sua storia così come ci si manifesta che, contro qualsiasi fervore rivoluzionario non esitava a scrivere che la “liberazione”, la “disalienazione” altro non erano che delle reiterazioni di pratiche di potere.
La fisica e la bio-fisica del potere, di questo (e di molto altro) parlava Foucault.
La storia dell’occidente è la storia di relazioni di potere: movimenti, trasformazioni, un grande contesto dinamico (fisico) che in ogni momento inscriveva e inscrive la regole della dinamica nei corpi, e quindi anche nelle menti (bio-fisico) delle persone che a loro volta contribuiscono a ri-confermare tali regole durante la pratica della loro vita creando quei “giochi di verità” che fanno sì che il mondo sia esclusivamente come esso ci appare.
Ma il potere così come Foucault lo intende non è negativo, anzi, è costruttivo. Senza questa fisica non si sarebbe creata la nostra realtà, nel bene e nel male (ammesso che esistano). Non ci sarebbero state le nostre conquiste scientifiche e intellettuali, non si sarebbero creati gli Stati nazione, non ci sarebbero state le guerre, non ci sarebbe l’identità personale, o la costruzione del Self, o almeno, non ci sarebbe stato così come lo conosciamo.
Il suo metodo di ricerca era affascinante. Lo definiva archeologico.
Dal dato presente scavava nel passato, analizzando i movimenti, cercando di capire da dove potevano derivare determinate pratiche di vita. Ed è emozionante leggere le sue argomentazioni sulla psicoanalisi freudiana, di come questa derivi da alcune pratiche medievali di confessione o di come la psichiatria affondi le sue radici direttamente negli impestati lazzaretti.
Nell’ottica Foucaltiana anche la costruzione delle persone è diretta conseguenza di selezione storica.
Selezione: noi siamo figli di quello che è stato selezionato e a nostra volta stiamo selezionando quello che sarà. Siamo in un grande gioco del quale non possiamo cambiare le regole.
Certo, di libertà fin qui c’è n’è ben poca.
Non sono così arrogante da voler riassumere il pensiero di Foucault in poche righe.
Mi limiterò a dire che nell’ultima parte del suo lavoro, prima della morte, si dedicò allo studio di quelle che chiamava “pratiche di libertà”.

Egli prospetta l’esigenza che gli esseri umani si riapproprino del potere di costituire la propria soggettività. Ciò naturalmente è possibile in quanto questa non è semplicemente il risultato di processi anonimi che sfuggono al controllo degli individui: “Nel corso della storia, gli uomini non hanno mai cessato di costruire se stessi”. […] Foucault parla della necessità di sperimentare la distruzione reale del soggetto, la sua dissociazione, il rovesciamento in qualcosa di radicalmente altro.[…] Le pratiche di libertà, dunque, sono produttive, sono le pratiche attraverso le quali gli individui producono se stessi. [Sorrentino 2008: XLIX]

È in questi termini che la pratica psico-terapeutica è mio modo di vedere una pratica di libertà. Un particolare tipo di tecnologia del sé, direbbe probabilmente Foucault.
Ci aiuta a definire quello che noi siamo in realtà, non dicendoci però quello che abbiamo escluso di essere nel momento che il nostro Self ci si pone come limite e, senz’altro, come punto di forza.

La libertà è la condizione ontologica dell’etica. Ma l’etica è la forma riflessa che assume la libertà. Foucault sembra recuperare un concetto forte di autonomia, intesa come potere di darsi da sé, contro ogni normalizzazione, le regole della propria esistenza, le forme della propria soggettività. Le persone, osserva il filosofo, sono più libere di quello che pensano, libere di creare se stessi come opera d’arte. Ciò è possibile in quanto l’identità è un gioco, un procedimento per favorire le relazioni con gli altri, perciò non dobbiamo avere con noi stessi di rapporti di identità, ma di differenziazione e creazione. […] Si tratta di un’ontologia di noi stessi che, a differenza di ogni “sogno vuoto di libertà” è volta a trasformazioni circoscritte, parziali, fatte coniugando l’analisi storica e l’azione: l’obiettivo è quello di attuare una “prova storico-pratica dei limiti che possiamo superare”. Questa attività critica, conclude Foucault, comporta sempre “il lavoro sui nostri limiti, vale a dire un travaglio paziente che dà forma all’impazienza della libertà”. [ivi: LI-LII]

Praticare la consapevolezza. Immaginare l’altro da sé sperimentandolo, trovare il limite camminandoci sopra, alla ricerca di piccoli varchi.
Perché “li dove si esercita un potere, lì vi è resistenza”.
La libertà, non è una liberazione.
La libertà, anzi, è quell’atteggiamento consapevole del limite, è l’occhio che guarda il perno che ci tiene incardinati alla nostra storia, ma che non esita a immaginare cosa ci sia aldilà dell’orizzonte.
La libertà è sentire nel cuore il dolore o lo sconforto per non essere quello non saremo mai, ma è anche la forza di guardare avanti immaginando e potendo essere altro da quello che siamo. Liberi di scegliere di essere oggi così come ci stiamo guardando.

La birra era amara, ma non era poi così male.

Andrea Cruciani

BIBLIOGRAFIA
-Foucault, M., 2008 Antologia, Feltrinelli, Milano.
-Sorrentino, V., 2008 Le ricerche di Michel Foucault, in Foucault, M., Antologia, cit.

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Sull’essere assertivi


“Porto addosso le ferite delle battaglie evitate”
F. Pessoa

Penso che ogni volta subiamo l’altro, in nome delle buone maniere, ogni volta, quindi che evitiamo un conflitto per proteggere l’altro … in realtà perdiamo forza, rischiamo di ammalarci; la cosa più grave però è che neghiamo noi stessi pur portando avanti l’idea, magari, di non pensarci più, che va bene così.

E così non va bene, invece. Dovremmo fare leva sul nostro coraggio, certo che l’abbiamo; sulla nostra risolutezza, si, si quella che quando eravamo bambini ci faceva definire “capricciosi”, “teste dure”, “ribelli”. Non possiamo togliere dalla vita l’anima della lotta. Quella positiva, che non distrugge ma non accetta la rassegnazione.
Non voglio perdere il mio spirito combattivo fatto di assertività, fatto di confini in grado di contenere e dare nome a chi sono rispetto all’altro diverso (ed è meraviglioso) da me. Non c’è gradiente di qualità migliore o peggiore in questo, anzi.
Piuttosto c’è la disponibilità ad un confronto paritario che, se necessario, può portare ad uno scontro anche. E perché no?
Riconosco l’altro. Ciò non contiene e non può implicare il dis-conoscimento di me stessa.

La vita audace, di chi prova, di chi osa senza prevaricare il mondo altrui è, secondo me, la possibilità di poter amare senza limiti e senza compromessi che rischiano di farmi cadere nell’oblio, nel buco senza fine.
Non amo la distruzione, i comportamenti violenti, anche fatti di sole parole, li metto a distanza, potendo scegliere.
Ma se il rischio è la perdita di me … diciamo che ricordo quanto è importante l’assertività nelle relazioni. I guerrieri non si ammalano, i pavidi potrebbero.

C’è un antico proverbio che dice: “Chi rischia muore una volta, chi non rischia muore mille volte”.
Sto continuando a scegliere, per ciò che mi è permesso, di vivere.

Condivido il concetto di assertività perché in inglese TO ASSERT, all’origine significava “mettere uno schiavo in libertà”.
Perché permettiamo una cosa così presuntuosa e boriosa e gratuita, ad oggi, a chi pensavamo essere nostro amico? La mia schiavitù, il mio servilismo non aiuta nessuno, a parte le ferite che permetto siano inferte al mio cuore.

La libertà per me è anche la libertà di amare, di scegliere, con coraggio perché la paura è la mia compagna di avventura in tutto questo. La libertà implica il senso di responsabilità, la disciplina interiore, l’impegno, la volontà e la coscienza che si può sbagliare, essere rifiutati e rimanere soli con se stessi nel mondo.
Liberi però, vivi e capaci di amare, di scegliere e progettare. Questa per me è la forza di fronte le fatiche, alle brutture, ai non-sense.

[…] Che cosa rende così irresistibile un “ospite segreto […] – Il mio ospite segreto … un uomo libero, un magnifico nuotatore che fuggiva lontano, verso un nuovo destino” (Conrad)
Secondo Bruner c’è una profonda riflessione da fare sulla grande narrativa che invita a trovare i problemi, non a fare lezioni per risolverli.
La situazione umana, allora prevede che si possa riflettere sulla caccia più che sulla preda perché finché possiamo raccontare di noi, dei nostri pensieri, finché la storia dura, la nostra storia e la mia storia, noi stessi ne siamo la musica.

Rosanna Liburdi