Suggestioni


da “Elizabeth Costello” J.M. Coetzee

Elizabeth Costello è una romanziera ormai anziana. E come tanti anziani ha da qualche parte la convinzione, l’arroganza e la maturità di non poter non dire quello che pensa.

Chissà se è una necessità che cresce con il tempo? Come voler lasciare continuamente un segno su qualcuno o qualcosa che stanno salutando per sempre senza rendersene conto. Le loro parole sono avvalorate dall’esperienza anche se molte volte non sono poi così diverse da quelle di un adolescente.
Ma gli anziani, spesso, si ascoltano, si rispettano. Agli anziani si crede.

Elizabeth Costello non è solo una donna anziana un po’ bisbetica, è anche una romanziera convinta di saper parlare del mondo, di saperlo descrivere, di saper parlare degli altri ad altri. Operazione paradossale.

Joyce odiava gli antropologi perché avevano la presunzione di parlare dell’altro in poche pagine (un altro che non solo era altro, ma che era lontano, diverso, esotico,) quando la giornata di Leopold Bloom era infinitamente più complessa di qualsiasi piccolo popolo in qualsiasi parte del mondo. E tra romanzieri e antropologi lo scarto è complesso ma breve.

Approposito, Elizabeth Costello è famosa perché ha scritto un romanzo su Marion Bloom, la moglie di Leopold.

Elizabeth forse è morta o sta morendo. Ma prima di morire deve tenere un’ultima conferenza per ottenere un pass che la porterà aldilà. Stavolta non dovrà parlare di un romanzo o di un argomento di letteratura contemporanea. Stavolta, lei che ha sempre parlato di altri ad altri, dovrà parlare di se stessa davanti a «un tribunale uscito da Kafka o da Alice nel paese delle meraviglie, un tribunale del paradosso». Adesso che deve passare di là loro gli hanno chiesto di dichiarare quello in cui lei crede, perché «senza un credo non siamo esseri umani».

La richiesta manda in confusione l’anziana Costello. La sua risposta è perlopiù vaga, dopo essersi definita come segretaria dell’invisibile dichiara: «[…] Sono una scrittrice. Forse penserà che dovrei dire invece, ero una scrittrice. Ma sono o ero una scrittrice per via di ciò che sono o ero. […] Sono una scrittrice e scrivo quello che ascolto. Sono una segretaria dell’invisibile, una delle tante segretarie nel corso del tempo. È questa la mia vocazione: segretaria, dattilografa. Non sta a me chiedere, giudicare quello che mi viene dato. Mi limito a scrivere le parole e poi a verificarle, ne verifico la solidità, per essere certa di aver sentito bene.»

Ma questo non è un credo, e come gli dicono i giudici: «senza un credo non siamo esseri umani».
Lei, Elizabeth, la scrittrice che per tutta la vita ha scritto romanzi per altri sarà costretta a scrivere più volte la sua confessione.

Ma chi è lei? E in che cosa crede?
Crede semplicemente che in un lavoro come il suo non possa permettersi di credere sospendendo tutte le convinzioni. Ma questo non risponde al compito che le è stato dato. Ha come la sensazione che le due domande che continua a farsi siano in realtà la stessa domanda.

Una mattina ancora non aldilà Elizabeth incontra una signora che, come lei, è in attesa di attraversare la porta. Iniziano a parlare tra di loro della confessione e la Costello manifesta subito il suo credo: quello di non poter aver credo.

La signora le risponde
Davvero? Alcuni di noi direbbero che il lusso che non possiamo permetterci è quello di non credere. […] Non credere: contemplare tutte le possibilità, fluttuare tra gli opposti…è il segno di un’esistenza libera da occupazioni […] La maggior parte di noi deve scegliere. Solo l’animo leggero stà sospeso nell’aria  […] All’animo leggero vorrei dare un consiglio. Forse dicono di volere un credo, ma in pratica basterà loro un po’ di passione. Mostri passione e la lasceranno passare. […] chissà cosa crediamo davvero, – dice la donna. –  È qui, sepolto nel nostro cuore -. Si percuote leggermente il petto. – Nascosto perfino a noi stessi. – […] [Coetzee  2004: 173]
E allora la Costello, da romanziera esperta e donna d’istinto, sa che stavolta non può cercare di fuori. Almeno non al di fuori di qualcosa che non riguardi lei direttamente. Ma non quello che lei pensa di sé; non può non guardare che adesso in lei. Solo così potrà provare a rispondere alle due domande.

È mattina. È seduta al suo tavolino sul marciapiede, e lavora alla sua dichiarazione, tenta un nuovo approccio. Poiché si vanta di essere la segretaria dell’invisibile, dovrebbe concentrarsi, volgere la sua attenzione dentro di sé. Che voce le arriva dall’invisibile oggi?

Per il momento l’unica cosa che le giunge all’orecchio è il lento pulsare del sangue nelle vene, proprio come tutto quello che sente è il morbido tocco del sole sulla pelle. Questo almeno non lo deve inventare: questo corpo fedele e goffo, che l’ha accompagnata a ogni passo della strada, questo gentile mostro ingombrante che le è stato dato da sorvegliare, ombra trasformata in carne che si regge su due piedi come un orso che si lava continuamente dall’interno con il sangue. Non solo lei è dentro quel corpo, una cosa che non sarebbe stata capace di inventare nemmeno in mille anni, tanto è al di là delle sue possibilità, lei è in qualche modo quel corpo; e intorno a lei, in questa mattina fantastica, nella piazza, anche le altre persone sono in qualche modo il loro corpo.

In qualche modo; ma quale? Com’è possibile che i corpi non solo riescano a tenersi puliti usando il sangue […] ma a riflettere sul mistero della loro stessa esistenza e a fare affermazioni in merito e di tanto in tanto ad avere perfino qualche piccola estasi? Può contare come credo, qualunque sia la proprietà che le permette di continuare a essere quel corpo senza avere la minima idea di come questo avvenga? E loro, i giudici, il comitato degli esaminatori, il tribunale che le chiede di rivelare il suo credo – sarebbero soddisfatti di questo: Credo di essere? Credo di essere quello che è qui di fronte a voi oggi? [ivi: 169]

Fuori da Dio, fuori dalla fede, forse, nei momenti che si intrecciano, cambiano e passano continuamente nella nostra vita, al di là delle convinzioni, un porto sicuro da dove ripartire siamo noi stessi, il nostro momento presente, la nostra presenza, la capacità di agire, di fare domande, di volere o di non volere. Credo di essere me stesso.
Forse, tra chi siamo e in cosa crediamo, a guardar bene, potrebbe non esistere questa discontinuità.

Andrea Cruciani

Bibliografia
Coetzee, J. M. 2004 (ed.or. New York 2003) Elizabeth Costello, Einaudi, Torino.
Sobrero, A. 2009, Il cristallo e la fiamma. Antropologia tra scienza e letteratura, Carocci, Roma.

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